FRUTTOSIO:

Rivalutazione di un dolcificante fin troppo promosso

Che cos’è?

Un po’ in televisione, un po’ nelle pubblicità, un po’ negli ambulatori, spesso si sente parlare di fruttosio
come alternativa allo zucchero tradizionale, ritenendolo migliore di quest’ultimo per alcune caratteristiche. Per sapere se davvero le cose stanno così è però necessario conoscere un po’ di
biochimica e fisiologia. Il fruttosio è un monosaccaride presente in una grande quantità di
alimenti: frutta (da cui prende il nome), succhi di frutta, miele, saccarosio o zucchero da cucina
(dove si trova legato al glucosio), bibite dolci, marmellate, merendine, cereali da colazione,
yogurt alla frutta, gelati e in generale tutto ciò che ha sapore dolce. Esso in passato è stato
spesso acclamato per il suo ridotto indice glicemico (20) rispetto al glucosio (100) e la sua
ridotta capacità di innalzare l’insulina, facendolo apparire adatto ai diabetici e a tutti coloro che
vogliono dimagrire. Peccato che questa sia solo una mezza verità e che le cose siano molto più
complicate di così, in negativo purtroppo.

Effetti dannosi diretti

Prima di tutto, a prescindere dai livelli di insulina, il nostro corpo trasforma il fruttosio in acidi
grassi
in maniera ancora più semplice rispetto al glucosio, dato che questo zucchero entra nel
processo di glicolisi a metà anziché all’inizio, saltando la tappa di regolazione che blocca la
glicolisi se non c’è bisogno di energia. In questo modo nel fegato il fruttosio diventa acetil-CoA
che, se in eccesso, si accumula e anziché entrare nel ciclo di Krebs viene convertito in acidi
grassi, i quali si accumulano non solo nel tessuto adiposo, ma anche:

– nel fegato (provocando steatosi e cirrosi epatica, rilascio di glucosio per glicogenolisi ed
aumentata produzione di colesterolo),
– nel pancreas (provocando pancreatite cronica e danneggiando le beta-cellule, riducendo così
la secrezione insulinica),
– nel muscolo (provocando insulino-resistenza)
– nel torrente ematico (provocando ipertrigliceridemia e aterosclerosi).

Il fruttosio ha poi una capacità di glicare le proteine sette volte più veloce del glucosio,
andando a formare dei prodotti di glicazione avanzata (AGEs) che provocano in generale
infiammazione e stress ossidativo e più nello specifico insulino resistenza ed aterosclerosi.
Altro punto a sfavore del fruttosio è che esso non può superare la barriera ematoencefalica,
risultando così completamente inutile nel regolare la sazietà, cosa che invece riesce a fare il
glucosio.

Effetti dannosi indiretti

Il metabolismo del fruttosio inoltre determina un accumulo intracellulare di AMP, il quale viene
poi trasformato in acido urico, una metabolita che si riversa così nel sangue e che è dotato di
innumerevoli effetti collaterali:
– inibisce la produzione di ossido nitrico, inducendo ipertensione
– attiva il sistema renina-angiotensina-aldosterone, inducendo ipertensione
– ha un effetto pro-infiammatorio
– inibisce la lipolisi e la beta-ossidazione degli acidi grassi
– stimola la lipogenesi epatica de novo
– può accumularsi a livello renale favorendo lo sviluppo di calcoli e a livello delle articolazioni
dove cristallizza provocando la gotta.
Se ci si chiede il perché di così tante ingiustizie legate all’accumulo di acido urico derivante dal
fruttosio alimentare, la risposta sta probabilmente nella storia evolutiva dell’uomo. Durante la
sua evoluzione, circa 10-15 milioni di anni fa, l’uomo ha subito la perdita del gene implicato
nella degradazione dell’acido urico, favorendo così la sopravvivenza grazie alla capacità del
fruttosio contenuto nella frutta di aumentare la deposizione di grasso viscerale, particolarmente
utile durante i periodi di carestia.

La corretta scelta alimentare

Visti gli innumerevoli effetti collaterali del fruttosio viene da pensare, come molti in effetti fanno,
che esso faccia male sempre e comunque e che vada perciò bandito dalla nostra
alimentazione, arrivando fino ad abolire la frutta. In realtà solo un eccesso di fruttosio porta alle
conseguenze sopra citate, in più esiste un’altra eccezione che riguarda la frutta. La vitamina C,
largamente contenuta nella frutta, è capace di bloccare gli effetti avversi dell’acido urico
derivante dal fruttosio, sia per il suo effetto antiossidante sia per la sua capacità di favorire
l’eliminazione dell’acido urico con le urine, fungendo così da “antidoto”. Bisogna poi considerare
che è vero che la frutta contiene fruttosio, ma lo contiene in quantità minimali rispetto ai tanti
alimenti industriali che mangiamo, mentre in più può vantare una grande quantità di vitamine,
minerali e antiossidanti. La corretta scelta alimentare prevede di rinunciare il più possibile a
dolci, bibite zuccherate e vari prodotti industriali, privilegiando invece gli alimenti
naturali e di stagione, anche se contengono un po’ di fruttosio.

Integratori di fruttosio

E gli integratori di glucosio e fruttosio che usano gli sportivi di endurance? Se il fruttosio fa così
male perché si utilizzano? Il motivo risiede nel fatto che l’intestino ha una capacità limitata di
assorbire il glucosio, circa 1gr x kg/ora, soglia oltre la quale il glucosio potrebbe accumularsi a
livello intestinale, richiamare acqua per osmosi e provocare fenomeni quali dolore addominale e
diarrea osmotica. Per quanto la capacità di assorbire il glucosio possa essere allenata, per
favorire un assorbimento più rapido di carboidrati durante uno sforzo intenso spesso si decide di
associare anche del fruttosio (nel rapporto glucosio:fruttosio di 2:1), il quale viene assorbito da
un trasportatore intestinale dedicato (GLUT-5) diverso dal trasportatore del glucosio (SGLT-1).
Questa strategia però ha solo senso per quegli atleti che hanno un consumo calorico durante la
gara o allenamento decisamente importante e che non riuscirebbero ad alimentarsi a sufficienza
ricorrendo solo alle semplici maltodestrine (ciclisti agonisti, maratoneti, ironman). Per gli sportivi
“normali” è più che sufficiente ricorrere a degli integratori di maltodestrine, siano essi in polvere
o sotto forma di gel.

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